Skip to main content

Quando uno speleo sente parlare di Corchia è inevitabile che venga attratto come in preda ad una sorta di magnetismo, dal fascino di quei 60 km di tunnel verso il centro della terra. Ma nel mio caso era diverso. Io di Corchia ne ho sempre sentito parlare in casa, mio padre infatti andò in Corchia esattamente 38 anni prima di me. Anche loro scelsero di sfruttare il ponte del 25 Aprile. Anche loro erano in 14, proprio come noi. Purtroppo, però in quell’occasione successe un brutto incidente, uno dei più tristemente famosi della speleologia italiana di quegli anni.

Il racconto del grande mito del Corchia per cui per me restò sempre velato da questo ricordo, cupo e triste di quel che successe quel giorno, pur restando ben presente e chiaro lo splendore di quella grotta. Ma lo sappiamo, la speleologia così come ogni sport e ogni attività di questo tipo presenta un certo rischio ma la meraviglia che può regalarti, i ricordi che si possono costruire, i legami, il senso di appartenenza ad un gruppo stupendo, e molte altre cose sono il motore che ti fa continuare, sono il motivo che mi ha spinto a voler riscattare questa grotta, per ridarle la dignità che si merita, nell’immaginario mio, della mia famiglia e della grande famiglia degli speleo.

Il 23 aprile parte la prima squadra, quelli della bassa cuneese: Laura e Billo su una macchina partono e ci diamo appuntamento in un qualche paesino della Liguria di Levante. Non possiamo evitare un pranzo a base di buona focaccia ligure, per cui sotto un pallido sole che preannuncia la primavera, ci rifocilliamo prima di ripartire alla volta di Levigliani. Dopo poche ore, e una breve pausa turistica a Massa, raggiungiamo la nostra destinazione: La Gallinaccia, posto d’altri tempi che scopriremo poi dopo essere il nostro angolo di paradiso per tre giorni. Arrivati a Levigliani ci aspettava già parte della squadra: da lontano impossibile non riconoscere immediatamente la presenza di Dida e Gorgo grazie al loro furgone arancione, mentre tra le fronde degli alberi, discreta e poco visibile intravediamo salendo anche la Jeep nera di Manu e Chiara. La squadra è già numerosa! Arrivati sulla porta troviamo anche ad aspettarci due nuovi compagni, frutto di conoscenze d’infanzia della nostra Minirosi, Davide e Ivan dal gruppo speleo Montorfano. Dopo pochi minuti (ed un bicchiere di birra) eravamo già amici e parlavamo di grotte (strano eh?). Poco dopo vediamo uscire un volto amico, è Andrea Moretti, il fotografo del buio e due chiacchiere si fanno anche con lui. Il tempo passa, entriamo in una dimensione diversa, quella onirica del mondo speleo dove si inizia a parlare e si perde il senso delle lancette. Dopo mezzoretta approda l’ultima parte dell’equipaggio: la macchina del Falegname, capitanata da Mazza, porta in terra di Apuane Danilo, Corrado e Minirosi. Siamo al completo, l’avventura inizia. Prima di cena ognuno organizza il suo giaciglio per le due notti future, chi tira fuori il sacco a pelo, chi gonfia il materassino e chi tira fuori materassi e tendine per attrezzare la macchina per dormire, ci giochiamo i posti migliori in piano per parcheggiare e nel frattempo la signora Daniela ci chiama: l’è pronta la cena! Guai tardare, e in men che non si dica abbiamo le gambe sotto al tavolo pronti ad azzannare le mille prelibatezze che ci vengono presentate sul tavolo. La cena procede speditamente, tra antipasti, primi, secondi e caraffe di vino. Sentiamo entrare una voce nota, il tempo di girarsi e vediamo lo speleo che con maggior probabilità avremmo potuto incontrare nei pressi del Corchia che dopo un minuto ha già spostato i tavoli per unirsi a noi. Kappa (ndr Brunettin) ancora prima che gli fosse arrivato il piatto di antipasti ci stava già raccontando degli ultimi rami scoperti, come procedere il giorno successivo e della meraviglia del ramo dei Lucchesi. Tra chiacchiere e leccornie la serata è passata in allegria e non troppo tardi ci siamo ritirati pronti per la sveglia del mattino successivo.

Il gallo alle 7 cantava, come se sapesse indicarci l’inizio di questo nuovo giorno, del giorno che per molti di noi sarebbe stato il primo incontro con Vossignoria il Corchia. Facciamo colazione e iniziano a spuntare i primi sacchi colorati. Carichiamo tutto in macchina e ci avviciniamo alla partenza. Risaliamo lentamente lo sterrato, infiliamo un passo dopo l’altro, le gambe ancora un po’ intorpidite dal sonno, gli occhi stropicciati, qualche raggio di sole ci scaldava dalla fredda aria pungente del mattino primaverile.

Riusciamo a vedere il profilo delle colline e in lontananza ci pare di vedere il mare, chissà che cosa vedevano i nostri occhi assonnati, non si sa e non importa saperlo, nella vita qualche orizzonte possiamo permetterci di immaginarlo. Ad un tratto arriviamo a Eolo, ingresso da noi scelto per intraprendere questa traversata, via d’accesso al labirinto sotterraneo delle Apuane. Ci fermiamo, posiamo i sacchi, rifiatiamo e lasciamo che la temperatura dei nostri corpi perda qualche decimo di grado. Tra risate, battute e qualche cazzata c’è chi si infila nel sottotuta, chi monta la luce sul casco e chi impreca cercando di chiudere il delta (ripensando alla polenta con il lardo e gli gnocchetti al gorgonzola della sera prima della Daniela…). In pochi minuti la prima squadra è pronta, entra Dida, entrano le corde. Si parte! L’aria fresca della grotta si fa sentire, e immediatamente si realizza come mai sia stato scelto il nome di Eolo… ma muovendosi non patiamo il freddo. La prima parte è un po’ strettina ma dopo poco arriviamo sul Canyon! Wow, che figata!

Qualche traverso e arriviamo all’attacco del Pozzacchione. Qui lasciamo passare un gruppo di speleo sardi e per ingannare l’attesa decidiamo di mangiare qualcosa e Dida tira fuori la mitica caffettiera da 10. Il tempo passa, iniziamo a raffreddarci, c’è chi si riposa, chi racconta storie e chi fa qualche piegamento per scongiurare il raffreddamento dei muscoli. La squadra di quelli dell’ultima fila (capitanata da Gorgo, seguito a ruota da Danilo e Corrado) all’inizio ridono e scherzano di Fede, ma dopo poco anche lui si unisce a loro ed entra a far parte di quel gruppetto di maschiacci che tanto scherza quanto rallegra le nostre ore sottoterra. “Mimiiii, allooooora, tutto a posto?” urla Corrado, mentre Danilo fa schioccare i moschettoni. La progressione procede, attraversiamo l’immenso salone dei Manaresi e ci ritroviamo all’attacco del Portello. Ultima calata importante del nostro percorso, qualche scivolo, Pozzo delle Lame e ci ritroviamo sul ramo turistico. Gorgo ci dice “ci va bene stasera, il turistico è aperto per le prove di uno spettacolo teatrale sulla Divina Commedia, non serve uscire da Serpenti ma spicciamoci”. Inizia la parte più faticosa della giornata: risalire circa 1000 scalini. Gorgo non aveva ancora finito la frase che, già partito abbomba con Danilo, non li vedevamo più. Corrado Fede ed io, con passo più lento ma costante iniziamo la nostra risalita. Sentiamo musiche forti, ritmi accesi escono da un impianto audio. Dopo poco realizziamo che dobbiamo essere in un qualche girone infernale di Dante, le luci rosse soffuse ce lo confermano. La musica ci dà la carica per proseguire le ripide scalinate. Più avanti ad una ritmica meno incalzante corrispondono anche suoni più dolci, e forse era così che il Sommo Poeta toscano si doveva immaginare il purgatorio. Proseguiamo, senza parlare, ognuno nei suoi pensieri, io personalmente ragiono su quanto calzante possa essere l’accostamento Divina Commedia/discesa in una grotta, e se fosse che Dante avesse immaginato la sua discesa agli Inferi dopo aver sceso il Fighiera? Il Corchia esisteva già e non doveva essere molto diverso da come lo conosciamo noi oggi. Proseguiamo. Il fiato inizia a scarseggiare e la voglia di salire scalini di ferro di una passerella bagnata e scivolosa sta raggiungendo proprio il minimo. Ecco allora che cambia nuovamente la musica: una dolce melodia, con note soavi ci accompagna nella nostra traversata del Paradiso. Non abbiamo Virgilio come guida, ma dopo qualche minuto effettivamente anche noi uscimmo a riveder le stelle. Il sole era ormai calato, le stelle sopra di noi ci indicavano che l’ora di rientrare era ormai giunta per cui ci svestiamo in fretta, saliamo in macchina e ci dirigiamo verso il nostro rifugio di questi giorni.

Tornati alla Gallinaccia, ci rimettiamo un poco all’onore del mondo e torniamo a fare quel che ci viene molto bene in questi giorni: mettere le gambe sotto il tavolo. Anche la seconda cena non ci delude, tra antipasti, primi, secondi e bicchieri di vino, ricordiamo le scene in grotta della giornata appena passata, scene che si mescolano con vecchi racconti di grotte lontane e storie vicine. Il clima si riscalda, l’atmosfera è bellissima, siamo una squadra e a un certo punto Mazza si erge a capitano: beve un goccio di vino, si schiarisce la voce e inizia a cantare. La sua voce profonda e possente vibra nella sala e tra L’inno del corpo sciolto e La società dei magnaccioni il tempo passa, la notte si fa fonda e le stelle splendono nel cielo. La stanchezza dopo un po’ si fa sentire, piano piano qualcuno lascia la squadra per ritirarsi a riposare. Gli ultimi superstiti si spostano fuori, tra una sigaretta, un goccio di amaro e gli ultimi racconti, ormai sottovoce. Quando gli occhi iniziano a farsi pesanti la squadra viene sciolta, ognuno si ritira sotto il proprio piumone o sacco a pelo, prima di dormire ripensiamo alle sale che abbiamo visto, i pozzi che abbiamo sceso e le storie che abbiamo sentito. Quante persone sono state in questa grotta, quanti chilometri sono stati percorsi e quanto acetilene è stato prodotto in queste gallerie.

La mattina successiva ci svegliamo, ognuno con i propri tempi pronti a fare su l’attrezzatura, i letti e i sogni. In men che non si dica, quel che sembrava una vacanza che potesse durare all’infinito, nella bolla isolata del Corchia, ha iniziato a dare i primi segni dell’avvicinamento alla fine. Chi guarda quante ore mancano per rientrare a casa, chi pensa se fare una tappa per spezzare il ritorno e chi pensa già al prossimo viaggio. Ci salutiamo, salutando quella che è stata un’esperienza carica di emozioni, di belle persone e di belle storie che continueremo a raccontare.

Arrivo a casa la sera, la prima cosa che faccio è abbracciare i miei genitori che mi accolgono a casa e iniziamo insieme guardare tutte le foto di questi giorni. Subito le parole sono poche, ma la meraviglia delle concrezioni giustifica i nostri silenzi.

Quella sera sono andata a dormire, questa volta nel mio letto comodo, non più sotto un sacco a pelo. Sono ancora elettrizzata, non prendo sonno e ripenso a quel che abbiamo fatto e a quanto la speleologia possa unire le persone, nel tempo e nello spazio. Ancora una volta aggiungo nel libro dei ricordi un’avventura con i compagni di sempre, in una grotta che parla di storia e una storia che è tutta lì per noi, solo da leggere e da raccontare.

Testo di Clelia Aimone, Fotografie di Elisa Godino, Davide Mazzarello, Danilo Marolo