Testo di Clelia Aimone, fotografie di Clelia Aimone e Eugenio Griffoni
Ogni anno tra fine ottobre e i primi di novembre c’è un appuntamento fisso, per ritrovarsi in famiglia. Per gli Speleo questo è il raduno nazionale di speleologia.
Quest’anno è stata la volta dei Lemuri, sono stati loro che hanno deciso di accoglierci in casa e così quasi 2000 persone si sono trovate a Volta Mantovana, antico borgo collinare, ultima propaggine della provincia di Mantova verso il Garda. Ogni anno il raduno è motivo per mangiare e bere, rivedersi, abbracciarsi e parlar di grotte.
Anche quest’anno una buona flotta è partita da Saluzzo: questo si fa per dire, in realtà ognuno da un punto diverso della nostra regione praticamente, ma sempre battendo bandiera nera e gialla, quella dell’S.C.S. Costa. Chiara e Manu partono il giovedì mattina, rincorsi da Fede e la sottoscritta, sotto un cielo che ci risparmia ma non ci lascia dimenticare che siamo al ponte dei Santi, e quando mai si sono viste belle giornate? Tutto è umido e uggioso. Arriviamo a Volta, è ormai buio e tra una transenna e l’altra troviamo un posto dove parcheggiare la macchina e ci incamminiamo in fretta verso la segreteria e il tendone dello SpeleoBar: non stiamo più nella pelle. Ogni tre passi incontriamo un viso noto, un abbraccio e un “dai che ci becchiamo dopo!”. Subito incappiamo nelle felpe arancioni, neanche a darsi appuntamento: i nostri fedeli amici del Team Explora (Mass, Walter, Marzia, Andrea e Sabrina) erano arrivati poco prima e stavano già addentando panini e Walter, dopo 5 minuti, ha già un bicchierino di Cannella in mano, confermando immediatamente il suo soprannome. Abbiamo fame, poche storie e ci rifocilliamo dal viaggio. Con un arrosticino ancora in mano ma la fame già un po’ placata vedo da lontano Emmina: ci corriamo incontro e ci rivediamo nel nostro posto, ricordando che l’ultima volta che ci siamo viste eravamo a Lubiana e insieme siamo andate a camminare nella neve temendo gli orsi. 
Quanto sono belle le amicizie che nascono a lume di frontale! Iniziamo a vedere volti conosciuti, abbracci che portano a ricordi più o meno lontani, dagli amici che hanno fatto i corsi ad Ostana, a chi abbiamo conosciuto ai raduni passati o quelli con cui ci siamo visti solo sotto i caschi per cui si fatica a riconoscersi fuori. Amici sparsi per tutto lo stivale che per 3 giorni vivono insieme in un unico posto.
La stanchezza si fa sentire e ad un orario decente, compatibile solo con la prima sera o come dice Jerba al “giorno di rullaggio”, ci ritiriamo ad attrezzare la macchina. Due fari pazzeschi ci illuminano e Gorgo e Dida fuori dai finestrini ci salutano: sono arrivati a bordo anche loro.
Venerdì, ore 5.50. La sveglia suona presto, mi butto giù dalla macchina con gli occhi stropicciati, con un abbozzo di attrezzatura da campeggio faccio un caffè: è molto più che necessario. Mentre il caffè sale preparo i sacchi, come sempre la nostra disorganizzazione ha fatto sì che nulla fosse pronto e che sia rimasto tutto da preparare nel buio delle 6 del mattino, in un parcheggio, sotto una leggera nebbiolina. Dopo poco arriva Walter a prenderci, oggi si va in miniera. È la prima volta per me, non so bene cosa aspettarmi ma mi hanno detto che è un posto che piace agli appassionati di fotografia, per cui immagino che tanto brutto non possa essere. A proposito di fotografi, la sera prima uno tra i primi incontri è stato proprio con Andrea Moretti, il fotografo del buio del Corchia, e tra una parola e l’altra scopriamo che saremmo andati insieme in miniera, e con lui ci sarebbe stato anche Eugenio, il poeta delle grotte e fido modello di Andre.
Ci avviciniamo all’ingresso, tirando calci a ricci di castagne e dopo pochi metri nel buio iniziamo a vedere le prime concrezioni. Aragoniti bianche, bianchissime. Iniziamo a fotografarle, e fotografare tutto quel che di bello vediamo. Le nostre guide, 3 speleo del Gruppo Grotte Montorfano, ci dicono “dai ragazzi non fermiamoci già ora, dopo è molto meglio, andiamo!”. Noi fatichiamo a fidarci, ma cerchiamo di proseguire. La miniera si apre a noi, sempre di più, ci offre il sentiero per intrufolarci nel cuore della montagna. È impressionante quello che ci troviamo davanti agli occhi. Due questioni si presentano e non capiamo quale dei due ci affascini e meravigli di più. Da un lato pensare che questi ambienti, non cunicoli ma saloni immensi, lunghi chilometri e chilometri, siano stati scavati dagli uomini e non nell’età degli escavatori, delle talpe e delle volate. Parliamo dell’età del ferro, dei Romani e poi di tutti quei secoli in cui era solo la forza umana, assieme alla perseveranza e pochi attrezzi come la mazza coppia, che portava alla rimozione di blocchi di pietra per poter arrivare alla vena del minerale. Tutta la roccia sterile è stata utilizzata per fare dei muri interni, per non disperdere le poche energie nel portarla fuori, e sfruttarla per mettere in sicurezza alcune aree. Il lavoro è impressionante, non riusciamo a credere ai nostri occhi.. ma alla forza dell’uomo si affianca la potenza la natura. Siamo consapevoli di essere in una miniera ma ci sembra di essere dentro ad una grotta naturale. Le pareti scure, ricche di siderite e sali di manganese vengono abbracciate da concrezioni di calcite, bianca, candida. Le rocce calcaree sovrastanti si sciolgono e rilasciano materiale, che si deposita ad una velocità impressionante, quasi a voler ribaltare la situazione, seguendo le leggi della Natura, a voler mostrare di cosa è capace. Si creano arabeschi, colate, aragoniti di ogni forma, e ogni tanto il bianco cristallino lascia spazio a qualche traccia di azzurro, segno di presenza lontana di filoni di rame.
Veniamo inghiottiti dalla meraviglia e scattiamo foto con i nostri cellulari a qualsiasi cosa attragga la nostra attenzione ma in realtà i nostri tempi sono scanditi dalle pause di Andrea, che ogni tanto dice “fermi, ora famo il cinemino. Eugenìo, vie’ qua, monta la lampada e sta’ fermo. Spengete tutti i lumini voi.” E poi nel buio scatta “4,3,2,1 zero, ne faccio ancora due e poi fori dai cojoni”. Noi vediamo e assistiamo allo studio dell’inquadratura e anche solo stare lì fermi al buio a guardare la parete illuminata dal carburo moderno, con la sagoma nera di Eugenio, è già magia e ci sentiamo parte di questa. “A bellina spengi il telefono che te vedo la luce in macchina”, nulla sfugge all’obiettivo di un fotografo. Il nostro tempo si consuma dentro la miniera, e nel primo pomeriggio usciamo, con gli occhi pieni di meraviglia e un po’ di fame nello stomaco (santi i pizzoccheri subito dopo!).
L’ebbrezza della meraviglia della giornata si mescola presto a quella della serata. Lo Speleo Bar è un posto di perdizione, dove le specialità mangerecce di tutta Italia vengono portate dai gruppi speleo. Ogni stand ti permette di sognare una regione, il frico del gruppo Sacile ti ricorda le fredde serate in Dolomiti sotto le grigie piogge Friulane, il pecorino e le Sebadas ti fanno sognare le spiagge cristalline della Sardegna, i cannoli il caldo porco delle estati in Sicilia, mentre il vino gli zuccherini e i liquori ti ricordano che non importa da dove veniamo, ogni posto è casa, non ci sono confini e facciamo parte di un’unica grande famiglia.
La serata del venerdì corre veloce, tra chiacchiere, risate e racconti di vecchie e nuove emozioni. Finalmente incrociamo anche Danilo e Corrado e Prof con Elisabetta. La squadra ora è davvero al completo.
Le cose da raccontare sarebbero davvero troppe ma piccola nota simpatica sono stati i venti minuti abbondanti passati a chiacchierare con Andrea Benassi attorno ad un bidone dell’immondizia, lui, Federico, io e le altre persone che ogni tanto arrivavano, e ogni tanto andavano. Eravamo così presi dai racconti delle sue spedizioni pazzesche con La Venta, dai confronti sulle forme cristalline delle aragoniti e sulle colonie batteriche che fotografa lui, che non ci siamo resi conto di questa cosa e gli amici che passavano ci dicevano “ma proprio sul bidone dovete stare? non c’era posto migliore?”. Sarà che noi speleo ci adeguiamo abbastanza a situazioni non troppo accettate convenzionalmente, a tutti gli ambienti, anche quelli meno rosei, ma forse sarà anche che il posto migliore a volte lo fanno le persone e le situazioni, non quel che abbiamo intorno.
Si fa notte fonda, tra i bicchieri di vino e le storie e non ci resta ad un certo punto che salutare.
Sabato, mi sveglio tardi ma c’è una cosa che voglio vedere ed è la presentazione su Deep Frasassi Project. Corro verso la sala proiezioni, è già pieno di gente, e non posso far altro che guardare il filmato da fuori, dietro una porta aperta. Una ragazza tiene la tenda tirata aumentando le probabilità che noi poveri ritardatari riusciamo a vedere qualcosa. È incredibile, conosco buona parte della banda, hanno fatto un lavoro pazzesco a portare bombole e materiale fino a giù, la forza che trasmettono è pazzesca. Simone Villotti racconta la sua parte di speleosub, ma quel che scalda il cuore sono le parole di tutti gli altri che hanno contribuito alla riuscita del progetto e così le lacrime iniziano a rigarmi il viso, sentendo le emozioni di Roberta, la sua ragazza, le testimonianze di Angelo e di Emma, così orgogliosi di aver preso parte e soprattutto le parole di Eugenio, lui che pensa di non aver domato Frasassi, ma lui che Frasassi ce lo ha nel sangue, dato che suo padre ci entrò più di 50 anni fa e per lui è casa.
Condisco le emozioni con un bel pranzo e il pomeriggio è pomeriggio di shopping, si va allo stand dei materiali e si diventa in un attimo bambini viziati che vorrebbero comprare tutto. I colori attirano l’attenzione, sono sicura che se i sacchi, i rinvii e i moschettoni fossero grigi o marroni o di colori meno sgargianti il desiderio irrefrenabile di volerli avere tutti e in tutte le tonalità sarebbe sicuramente più semplice da tenere a bada. Che poi tanto tutto diventa marrone, ma tant’è…
Arriva la sera, il freddo, abbiamo bisogno di scaldarci ma per fortuna stasera è sabato sera e questo vuol dire solo una cosa al raduno: Gran Pampel. Se ci sono i Triestini siamo al sicuro: litri e litri di rhum vengono messi a scaldare con zucchero, frutta e burro, al canto di “Odino, Odino, non stane mandar piova! Manda vino”. Insomma, il vin brulè degli speleo, che ridà forza ed energia a chiunque, a chi quel giorno è stato alla Spluga della Preta, a chi ha affrontato il fessurometro e a chi ha cazzeggiato per presentazioni e di energie ne ha consumate ben poche. Quest’anno davanti al Gran Pampel però è successa una cosa ancora più potente. Finalmente ho avuto l’onore di conoscere in persona Marisa Siccardi, una piccola grande speleo, 90 anni di forza. Ha esordito dicendo che nulla è forte come la comunità degli speleo, le brillavano gli occhi mentre diceva che qui si sente a casa. Ci ha raccontato la sua storia quando da infermiera con grande esperienza alle spalle prendeva parte alle prime imprese del soccorso alpino e speleologico ma il suo nome non poteva comparire tra i soccorritori, per un semplice motivo: era donna. Eppure, lei di persone ne ha soccorse e salvate parecchie, combattendo sempre per chi ha bisogno e per i nostri diritti, e continua a farlo con una lucidità ed una forza invidiabile. Ascoltarla è stato davvero emozionante, con le lacrime che scendevano a fiotti, seguivo in silenzio le storie di quando lei ha iniziato ad andare nelle grotte del Finalese con una corda legata in vita, e le raccontavo che a questo raduno la tecnologia ci ha portato sul fondo del pozzo della Preta grazie ad un visore, quanta storia della speleologia ha visto questa Donna. Ora per una patologia reumatica non riesce più ad andare su corda ma quando può va in grotte orizzontali perché la passione ce l’ha ancora viva nel cuore e la forza negli occhi.
Anche la sera del sabato è passata e la fine della serata coincide con l’inizio dell’ultima fase, velata dalla tristezza di un qualcosa di bello che sta per finire, ma necessaria. Iniziano i saluti e iniziano i “faccio che salutarti, metti che domattina non ci incrociamo” e così diventa tutto un ci vediamo presto, a chi dici vengo a trovarti in Corchia, e chi ti dice male che vada magari ci becchiamo quando vengo in Morgantini l’anno prossimo. Vado a dormire sognando tutte le cose che vorrei organizzare, tutti i progetti che vorrei portare a termine per quest’anno e poi penso anche che forse in Corchia non ci andrò, a Frasassi nemmeno e la Sardegna è un casino, ma comunque, aspetterò da qui al prossimo raduno sapendo che li ritroverò tutti e lì sarà sicuro che ci rivedremo e gli abbracci saranno pronti.
La domenica mattina andiamo ancora a sentire Arianna e Denise che parlano delle Arenarie, è un omaggio a Mauro Consolandi e a tutto il lavoro che ha fatto, parla anche Mirella, e così si chiude un raduno carico di emozioni forti ma che ancora una volta testimonia bene quello siamo: una grande famiglia, unita per divertirsi, festeggiare ma anche quando cose più dure ci colpiscono.
Un’ultima foto di gruppo davanti alla scritta. Ci salutiamo anche tra di noi, partiamo. Torniamo a casa, con il cuore pieno, le tute sporche e tante foto nella memoria del telefono e abbracci sulla pelle.
Grazie CapoVolta 2025, sei stata come sempre porto sicuro per quei tre giorni di serenità, spensieratezza e calore umano.
